mercoledì 31 ottobre 2012

Nulla più interrompe il silenzio dell'abbandono. 
Sopra le oscure, secolari cime degli alberi, le nuvole vanno in loro schiera, specchiandosi nell'acqua blu  verdastra del laghetto, che delle sue profondità rifulge. Immobile, come assorta in dolorosa sottomissione, giace la sua superificie, giorno dopo giorno. 
In mezzo al laghetto silenzioso si leva il castello, alto fino alle nuvole, coi suoi tetti e le torri affusolate e dirupate. Sulle nere pareti screpolate prolifera l'erbaccia, e sulle rotonde finestre cieche si riflette la luce del sole. Nelle oscure, tenebrose corti, svolazzano d'intorno i colombi, e si cercano nelle fessure delle mura un nascondiglio. Sembrano sempre aver paura di qualcosa, perché volano guardinghi, e si acquattano rapidamente nelle finestre. Laggiù, dentro la corte, la fontana dà un lieve, sommesso zampillare.
Dal bacino di bronzo bevono di tanto in tanto i colombi assetati.
Lungo gli stretti, polverosi corridoi del castello spira talvolta un alito di febbre, odor della muffa, cosicché i pipistrelli, spaventati, s'alzano in volo. Nulla turba altrimenti la quiete profonda. Ma le stanza, sono scure e tutta polvere! Alte, fredde, rigide, e piene di cose che non sono più. Talvolta per le cieche finestre si spinge un piccolo, minuscolo raggio, che il buio di nuovo riassorbe. Qui il passato è morto. Qui si è intirizzito un giorno in una storta rosa solitaria. Davanti al suo non essere passa il tempo, e noncuramente va.
E tutto compenetra il silenzio dell'abbandono.


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